Corso di letteratura italiana sugli outsider del ‘900

Il corso sugli outsider della letteratura italiana del ‘900 cambia format: diventa un pacchetto di cinque lezioni scaricabili online (la prima il 25 marzo, le altre quattro dal 1 aprile) da seguire dove e quando si vuole, soprattutto nei lunghi giorni di questa quarantena, e la quota di iscrizione è dimezzata per far fronte alle esigenze di tutti. Le informazioni e le modalità per iscriversi sono qui.

Dall’alto i nostri protagonisti: Annamaria Ortese, Tommaso Landolfi, Gina Lagorio, Pier Vittorio Tondelli, Goffredo Parise, Juan Rodolfo Wilcock, Giorgio Manganelli, Cristina Campo, Guido Morselli, Giorgio de Maria, Lalla Romano, Alberto Savinio, Marina Jarre, Giovanni Arpino, Dolores Prato, Giovanni Comisso.

Classifica di qualità

L’Indiscreto ha stilato la prima classifica di qualità del 2020, riferita ai libri usciti tra il 1° ottobre 2019 e il 31 gennaio 2020, e Città sommersa è risultato primo nella sezione narrativa. Sono senza parole e molto felice.

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Köpenickerstrasse

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In quel dicembre a Berlino, nella tua casa di Köpenickerstrasse io volevo tutto. Ma era tutto, o solo qualcosa, o forse niente? Io volevo tutto e mi sono sempre dovuto accontentare di qualcosa.

Pier Vittorio Tondelli, Biglietti agli amici, Bompiani 2018

Chiama le cose

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Se adesso cominciasse a piovere ti bagneresti, se questa notte farà freddo la tua gola ne soffrirà, se torni indietro nel buio dovrai farti coraggio, se continui a vagare sarai sempre più sfatto. Ogni fenomeno è in sé sereno. Chiama le cose perché restino con te fino all’ultimo.

Gianni Celati, Verso la foce, Feltrinelli 1989

I segreti

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Come rimanere sordo al richiamo di un segreto? I segreti chiamano, ed è crudele non dare ascolto alle loro voci dolenti e bramose di eco. I segreti mi chiamano. È per i loro segreti che io amo gli uomini, non per le loro virtù né per le loro gesta.

Alberto Savinio, Ascolto il tuo cuore, città, Adelphi 1984

Città sommersa

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“Qui sarà tutto: ciò che ho vissuto / nei presagi e nella realtà”.

Città sommersa esce l’8 gennaio per Bompiani. È nato un giorno di dicembre di sei anni fa, per puro caso; ha preso la sua forma definitiva un anno e mezzo fa, quando ho visto improvvisamente come dare forma a tutto il materiale che avevo raccolto negli anni. Il bambino che si intravede tra le righe è mio padre. Questa è la sua storia: o meglio, come cercavo di spiegare a un’amica tanto tempo fa, è una fantasmagoria (letteralmente: una serie d’illusioni ottiche prodotte da una lanterna magica, o un rapido alternarsi di immagini vivide), una fantasmagoria sull’uomo che era mio padre prima che diventasse mio padre. Per due anni e mezzo dopo la sua morte ho fatto finta di nulla: poi è arrivato qualcosa che mi ha fatto scoprire che l’uomo immobile che credevo di conoscere era in realtà tutt’altro. C’era una storia, e quasi contro la mia volontà, almeno all’inizio, sono andata a caccia per mesi e poi anni.

Questo libro è quella storia, da Valle Giulia alla politica extraparlamentare degli anni settanta a Torino: ma è anche una storia di monti lontani e bambini che scendevano al mare verso spiagge che non esistono più, di tempo e di memoria e del mistero inscalfibile dell’altro da noi, di chimere che strisciano nel buio delle strade, di ragazzi che corrono a piedi scalzi coperti di sangue nella notte di Natale, di questi anni a ricostruire pazientemente tasselli e a dover accettare i buchi, di cosa ha significato essere figlia di un padre difficilissimo, di una serie di persone che hanno dato la loro, di storia, perché quella di un altro potesse essere ricostruita.

È una storia di città, di fabbriche e di esiliati dalla vita reale, di povertà e di scelte apparentemente assurde, di donne e di uomini che ci hanno provato, di carcere, di morte, di fantasmi e di cadute, di un mondo intero e di un uomo strano che è stato quel mondo senza mai farne parola, di infanzie incerte, di lacune, di isole dimenticate, di parole malfatte e di silenzi eterni. È una storia di furore e speranza e di giovinezze e d’amore, suppongo; e come ho letto quest’anno, mentre chiudevo questo tempo lunghissimo che mi ha abitato e posseduto e cambiato, in un’epigrafe di Janet Frame alla sua autobiografia, scritta “con lo sguardo sempre fisso alla Terza Regione, dove il punto di partenza è il mito”.