160 libri (e più) per una biblioteca contemporanea per ragazzi

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Flannery O’Connor, giovane lettrice.

Qualche anno fa, per il progetto “C’è vita dopo la via Pál?”, che si proponeva di far conoscere l’editoria per giovani lettori al di là dei classici, avevo preparato una bibliografia di buoni libri per ragazzi dai 10 ai 14 anni che ora ripropongo con qualche aggiornamento. Mi sembra tutto sommato di nuovo un periodo molto positivo per la narrativa per ragazzi, tra riedizioni eccellenti (Sharon Creech, Louise Fitzhugh, Andrea Molesini…), cataloghi ricchissimi e ottimi siti di riferimento per le recensioni (Biblioragazzi, ZazieYoukid, per esempio).
L’idea è che la bibliografia possa essere utile a insegnanti, educatori e genitori per dirimersi nella messe di proposte editoriali per ragazzi, soprattutto per una fascia d’età delicata e fondamentale come quella delle medie. Continua a leggere

Sette

Marta Barone - 7 Colori

I sette colori per sette pittori esce il 14 giugno per Mondadori, e queste sono copertina e quarta.
Il proposito della collana è di raccontare il mondo attraverso il sette (sono già usciti Le sette meraviglie del mondo antico di Valerio Massimo Manfredi, I sette re di Roma di Roberto Piumini, Le sette arti in sette donne di Chiara Carminati). Io ho associato i colori dello spettro dell’arcobaleno a sette pittori: Lorenzo Lotto, Claude Monet, Henri Rousseau il Doganiere, Vincent Van Gogh, Natal’ja Gončarova, Marc Chagall e Andy Warhol. E nelle loro storie, come in un gioco di scatole cinesi, ce ne sono tantissime altre: così qui dentro compaiono Guillaume Apollinaire, Marina Cvetaeva, futuristi russi matti, poeti transmentali, Gauguin e Larionov, Manet e Raffaello, protestanti in fuga dall’Inquisizione, figliastre intrepide, coinquilini patafisici, yiddishe mame, suprematisti, nonni sui tetti, i Velvet Underground, gatti metaforici, Majakovskij che partecipa a un film muto, Emilio Salgari che pensa alle sue giungle, e molte altre creature varie ed eventuali.
La sfida di questo libro era grande: tentare di restituire a un lettore bambino un’idea della ricerca artistica di sette pittori affidandosi solo alla forza delle parole, senza apparato iconografico. È stato difficile, ma a me sembra sia venuto bene. Anche grazie alle meravigliose illustrazioni di Alice Beniero.

Le montagne

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Una volta, sul far della sera, il postiglione, che era un tartaro del Nogaj, gl’indicò con la frusta delle vette lontane al di là delle nubi. Olenin fissò avidamente lo sguardo in quella direzione, ma il tempo era coperto e le nuvole coprivano fino a mezza altezza le montagne; egli scorse soltanto il loro profilo irregolare, di un biancore grigiastro, e per quanta buona volontà ci mettesse, non riuscì a trovare nulla di bello nelle montagne di cui aveva tanto letto e sentito parlare. Gli venne da pensare che i monti e le nuvole avevano un aspetto assolutamente identico, e che quella bellezza così particolare delle cime innevate, che tanto gli avevano decantato, non fosse altro che un’invenzione come la bellezza della musica di Bach e l’amore per una donna, in cui egli non credeva, così smise di aspettare la comparsa delle montagne. Continua a leggere

Una bizzarra occupazione

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… Continuando a meditare, senza traccia di ostentazione, di fronte al piccolo gruppo di oggetti che trasceglie, avvicina, allontana, sposta instancabilmente, quasi impercettibilmente, ma con assoluta calma, come il giocatore di scacchi sorpreso dall’obbiettivo di Herbert List.

Una specie di follia, quando ci si pensa, quando ci si accorge con stupore che questo lavoro si è protratto quasi quotidianamente, lungo un’intera vita. Ora, Morandi non è assolutamente folle; lungimirante, al contrario, ammirevolmente calmo: e se si ostina senza accennare a cedere, sarà perché pensa che quelle variazioni instancabili su tre o quattro temi, per infime che siano, non sono vane, persino sotto la minaccia del “Vesuvio”; e che un uomo ha dunque il diritto di ridurre tutta la propria vita a questa bizzarra occupazione, per quanto duramente i marosi del tempo vengano a battere alla sua porta. Come se qualcosa meritasse ancora di essere tentata, persino al termine di una così lunga storia, come se tutto non fosse assolutamente perduto e si potesse ancora fare altro che gridare, balbettare di paura o, peggio, tacere.

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Philippe Jaccottet, La ciotola del pellegrino (Morandi), trad. di Fabio Pusterla, Casagrande 2007

Rettorica

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Scrivere non si può, senza rettorica; senza, cioè, conoscere per l’appunto quelle frigide regole, quelle calcolate astuzie, e macchinazioni argute, e sapidi ritrovati, che fanno sì che la pagina scritta abbia quella misteriosa compattezza, quel che di gelido e insieme inattaccabile, quella sconcertante mescolanza di fatuo e di esatto che è la letteratura. La rettorica è pura tecnica: la consapevolezza di quel che si può fare con le parole, quel che accade se maneggio gli aggettivi in un modo o altrimenti, se allontano o avvicino verbo o soggetto, se frappongo incidentali, se costruisco per dipendenti o per coordinate. Quel che mi affascina nel discorso della rettorica è l’assoluta indifferenza a ciò di cui si parla, ai sentimenti, gli affetti, i conflitti, le visioni, le depressioni e le euforie che dàn vita e morte a un testo; amo della rettorica la sublime vocazione all’indifferenza, lo spregio dell’emotivo, l’implicito sarcasmo per le ambizioni del poeta, magari del vate, di colui che si vanta di interpretare il proprio tempo, o fare altre cose disdicevoli o improbabili.

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Adelphi 1994

Risposta. Aggiunta

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Ribadì così il concetto già esposto: dell’opera (lo scrivere) apparentemente come riflesso; in realtà risposta, e aggiunta. L’intero creato, un giorno, sarà solo risposta, e, per così dire, aggiunta: in realtà, sarà un Nuovo Creato.

Anna Maria Ortese, Il porto di Toledo, Adelphi 1998