Archivi categoria: (Ri)letture

Verità

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Come qualsiasi altra volontà, la volontà di verità è la via più rapida verso la falsificazione e la contraffazione di un certo dato di fatto. E mettere per iscritto un certo periodo, un periodo della vita, dell’esistenza, non importa quanto esso sia lontano nel tempo e non importa se sia stato lungo o breve, significa accumulare centinaia, migliaia e milioni di falsificazioni e di contraffazioni, che per chi le descrive e le stende sono invece verità, nient’altro che verità. La memoria si attiene esattamente ai fatti accaduti e si attiene all’esatta cronologia, ma quello che ne vien fuori è qualcosa di completamente diverso da ciò che realmente è accaduto. Ciò che viene descritto mette in luce qualcosa che corrisponde sì alla volontà di verità di colui che lo descrive, ma non corrisponde alla verità, perché la verità è assolutamente incomunicabile. Continua a leggere

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Nina all’edicola, 1973

Masi

Perde tutto il tempo che può e alla fine fa il giro, passa davanti e si alza sulle punte dei piedi pensandosi ancora piccola per farsi notare dalla giornalaia quando le dice vorrei il giornale però anche un libro, e quella, vagamente annoiata, prende la chiave, esce dal suo rifugio e le dice quale?, in tono sbrigativo. Lei a quel punto ha premeditato e si limita a indicare appoggiando apposta il dito sul vetro per lasciarci l’impronta, anche molto tempo dopo che se ne sarà andata resterà questa piccola traccia organica di lei che ha voluto molto qualcosa proprio in quel punto del mondo, e il timbro concentrico del suo indice è lì a dare testimonianza di un incontro fatale. Continua a leggere

Lepri turchine

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Era già il crepuscolo quando giungemmo a casa. Maman si mise al pianoforte, e noi ragazzi prendemmo carta, lapis e colori e ci mettemmo a disegnare intorno alla tavola tonda. Io avevo soltanto il turchino, ma, nonostante ciò, mi accinsi a dipingere una caccia. Dopo aver rappresentato con grande vivezza un ragazzo turchino su di un cavallo turchino e cani turchini, non sapevo se potevo disegnare anche una lepre turchina e scappai nello studio del babbo per domandar consiglio. Il babbo stava leggendo e, alla mia domanda, se «ci sono lepri turchine» senza alzar il capo rispose: «Ci sono, caro mio, ci sono».

Lev Tolstoj, Infanzia, in Romanzi, I, trad. di Enrichetta Carafa D’Adria e Pietro Zveteremich, BUR 2010

Fluttuanti

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Penso ora che quello era un giorno felice. Ma purtroppo è raro riconoscere i momenti felici mentre li stiamo vivendo. Noi li riconosciamo, di solito, solo a distanza di tempo. La felicità era per me protestare e per te frugare nei miei armadi. Ma devo anche dire che abbiamo perduto quel giorno un tempo prezioso. Avremmo potuto metterci seduti e interrogarci vicendevolmente su cose essenziali. Saremmo stati probabilmente meno felici, anzi saremmo stati forse infelicissimi. Però io adesso ricorderei quel giorno non come un vago giorno felice ma come un giorno veritiero e essenziale per me e per te, destinato a illuminare la tua e la mia persona, che sempre si sono scambiate parole di natura deteriore, non mai parole chiare e necessarie ma invece parole grigie, bonarie, fluttuanti e inutili.
Ti abbraccio.
Tua madre

Natalia Ginzburg, Caro Michele, Mondadori 1973 – Einaudi 2006

Le montagne

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Una volta, sul far della sera, il postiglione, che era un tartaro del Nogaj, gl’indicò con la frusta delle vette lontane al di là delle nubi. Olenin fissò avidamente lo sguardo in quella direzione, ma il tempo era coperto e le nuvole coprivano fino a mezza altezza le montagne; egli scorse soltanto il loro profilo irregolare, di un biancore grigiastro, e per quanta buona volontà ci mettesse, non riuscì a trovare nulla di bello nelle montagne di cui aveva tanto letto e sentito parlare. Gli venne da pensare che i monti e le nuvole avevano un aspetto assolutamente identico, e che quella bellezza così particolare delle cime innevate, che tanto gli avevano decantato, non fosse altro che un’invenzione come la bellezza della musica di Bach e l’amore per una donna, in cui egli non credeva, così smise di aspettare la comparsa delle montagne. Continua a leggere

Una bizzarra occupazione

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… Continuando a meditare, senza traccia di ostentazione, di fronte al piccolo gruppo di oggetti che trasceglie, avvicina, allontana, sposta instancabilmente, quasi impercettibilmente, ma con assoluta calma, come il giocatore di scacchi sorpreso dall’obbiettivo di Herbert List.

Una specie di follia, quando ci si pensa, quando ci si accorge con stupore che questo lavoro si è protratto quasi quotidianamente, lungo un’intera vita. Ora, Morandi non è assolutamente folle; lungimirante, al contrario, ammirevolmente calmo: e se si ostina senza accennare a cedere, sarà perché pensa che quelle variazioni instancabili su tre o quattro temi, per infime che siano, non sono vane, persino sotto la minaccia del “Vesuvio”; e che un uomo ha dunque il diritto di ridurre tutta la propria vita a questa bizzarra occupazione, per quanto duramente i marosi del tempo vengano a battere alla sua porta. Come se qualcosa meritasse ancora di essere tentata, persino al termine di una così lunga storia, come se tutto non fosse assolutamente perduto e si potesse ancora fare altro che gridare, balbettare di paura o, peggio, tacere.

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Philippe Jaccottet, La ciotola del pellegrino (Morandi), trad. di Fabio Pusterla, Casagrande 2007

Rettorica

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Scrivere non si può, senza rettorica; senza, cioè, conoscere per l’appunto quelle frigide regole, quelle calcolate astuzie, e macchinazioni argute, e sapidi ritrovati, che fanno sì che la pagina scritta abbia quella misteriosa compattezza, quel che di gelido e insieme inattaccabile, quella sconcertante mescolanza di fatuo e di esatto che è la letteratura. La rettorica è pura tecnica: la consapevolezza di quel che si può fare con le parole, quel che accade se maneggio gli aggettivi in un modo o altrimenti, se allontano o avvicino verbo o soggetto, se frappongo incidentali, se costruisco per dipendenti o per coordinate. Quel che mi affascina nel discorso della rettorica è l’assoluta indifferenza a ciò di cui si parla, ai sentimenti, gli affetti, i conflitti, le visioni, le depressioni e le euforie che dàn vita e morte a un testo; amo della rettorica la sublime vocazione all’indifferenza, lo spregio dell’emotivo, l’implicito sarcasmo per le ambizioni del poeta, magari del vate, di colui che si vanta di interpretare il proprio tempo, o fare altre cose disdicevoli o improbabili.

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Adelphi 1994