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Fluttuanti

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Penso ora che quello era un giorno felice. Ma purtroppo è raro riconoscere i momenti felici mentre li stiamo vivendo. Noi li riconosciamo, di solito, solo a distanza di tempo. La felicità era per me protestare e per te frugare nei miei armadi. Ma devo anche dire che abbiamo perduto quel giorno un tempo prezioso. Avremmo potuto metterci seduti e interrogarci vicendevolmente su cose essenziali. Saremmo stati probabilmente meno felici, anzi saremmo stati forse infelicissimi. Però io adesso ricorderei quel giorno non come un vago giorno felice ma come un giorno veritiero e essenziale per me e per te, destinato a illuminare la tua e la mia persona, che sempre si sono scambiate parole di natura deteriore, non mai parole chiare e necessarie ma invece parole grigie, bonarie, fluttuanti e inutili.
Ti abbraccio.
Tua madre

Natalia Ginzburg, Caro Michele, Mondadori 1973 – Einaudi 2006

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Le montagne

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Una volta, sul far della sera, il postiglione, che era un tartaro del Nogaj, gl’indicò con la frusta delle vette lontane al di là delle nubi. Olenin fissò avidamente lo sguardo in quella direzione, ma il tempo era coperto e le nuvole coprivano fino a mezza altezza le montagne; egli scorse soltanto il loro profilo irregolare, di un biancore grigiastro, e per quanta buona volontà ci mettesse, non riuscì a trovare nulla di bello nelle montagne di cui aveva tanto letto e sentito parlare. Gli venne da pensare che i monti e le nuvole avevano un aspetto assolutamente identico, e che quella bellezza così particolare delle cime innevate, che tanto gli avevano decantato, non fosse altro che un’invenzione come la bellezza della musica di Bach e l’amore per una donna, in cui egli non credeva, così smise di aspettare la comparsa delle montagne. Continua a leggere

Una bizzarra occupazione

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… Continuando a meditare, senza traccia di ostentazione, di fronte al piccolo gruppo di oggetti che trasceglie, avvicina, allontana, sposta instancabilmente, quasi impercettibilmente, ma con assoluta calma, come il giocatore di scacchi sorpreso dall’obbiettivo di Herbert List.

Una specie di follia, quando ci si pensa, quando ci si accorge con stupore che questo lavoro si è protratto quasi quotidianamente, lungo un’intera vita. Ora, Morandi non è assolutamente folle; lungimirante, al contrario, ammirevolmente calmo: e se si ostina senza accennare a cedere, sarà perché pensa che quelle variazioni instancabili su tre o quattro temi, per infime che siano, non sono vane, persino sotto la minaccia del “Vesuvio”; e che un uomo ha dunque il diritto di ridurre tutta la propria vita a questa bizzarra occupazione, per quanto duramente i marosi del tempo vengano a battere alla sua porta. Come se qualcosa meritasse ancora di essere tentata, persino al termine di una così lunga storia, come se tutto non fosse assolutamente perduto e si potesse ancora fare altro che gridare, balbettare di paura o, peggio, tacere.

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Philippe Jaccottet, La ciotola del pellegrino (Morandi), trad. di Fabio Pusterla, Casagrande 2007

Rettorica

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Scrivere non si può, senza rettorica; senza, cioè, conoscere per l’appunto quelle frigide regole, quelle calcolate astuzie, e macchinazioni argute, e sapidi ritrovati, che fanno sì che la pagina scritta abbia quella misteriosa compattezza, quel che di gelido e insieme inattaccabile, quella sconcertante mescolanza di fatuo e di esatto che è la letteratura. La rettorica è pura tecnica: la consapevolezza di quel che si può fare con le parole, quel che accade se maneggio gli aggettivi in un modo o altrimenti, se allontano o avvicino verbo o soggetto, se frappongo incidentali, se costruisco per dipendenti o per coordinate. Quel che mi affascina nel discorso della rettorica è l’assoluta indifferenza a ciò di cui si parla, ai sentimenti, gli affetti, i conflitti, le visioni, le depressioni e le euforie che dàn vita e morte a un testo; amo della rettorica la sublime vocazione all’indifferenza, lo spregio dell’emotivo, l’implicito sarcasmo per le ambizioni del poeta, magari del vate, di colui che si vanta di interpretare il proprio tempo, o fare altre cose disdicevoli o improbabili.

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Adelphi 1994

Risposta. Aggiunta

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Ribadì così il concetto già esposto: dell’opera (lo scrivere) apparentemente come riflesso; in realtà risposta, e aggiunta. L’intero creato, un giorno, sarà solo risposta, e, per così dire, aggiunta: in realtà, sarà un Nuovo Creato.

Anna Maria Ortese, Il porto di Toledo, Adelphi 1998

Ippocastani

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Ecco, signora, non credo ai miei occhi. Nessuno sa spiegarmi dove siano finiti quegli ippocastani e, se non fosse per lei, dubiterei di aver inventato o sognato ogni cosa. Perché, sa, è sempre così con i ricordi, non si è mai sicuri. Grazie tante, signora, vado a cercare la casa nella quale ho vissuto. No, grazie, preferisco star solo.
Allora si accostò a una porta, benché non fosse quella porta, e premette il pulsante del campanello. Chiedo scusa, disse con voce del tutto normale, abita qui Andreas Sam? Ma no, rispose la donna, non sa leggere? Qui abita il professor Smerdel.
È sicura, signora, insistette lui, che qui non abiti Andreas Sam? Prima della guerra abitava qui, lo so di certo. Forse si ricorda di suo padre? Eduard Sam, con gli occhiali. O magari si ricorda di sua madre, Maria Sam, alta, bella, molto riservata, o di sua sorella, Anna Sam, sempre con un fiocco in testa. Ecco, vede, là dove si trova quel riquadro di cipolle c’era il loro letto. Vede, signora, me lo ricordo perfettamente. Qui c’era la macchina da cucire di sua madre, Maria Sam. Era una Singer, a pedale.
Oh, non si preoccupi, signora, sto solo evocando dei ricordi, sa, dopo tanti anni ogni cosa scompare. Ecco, vede, nel punto dove era il mio letto è cresciuto un melo, e la Singer si è trasformata in un cespuglio di rose. Ma degli ippocastani, signora, come vede, non c’è traccia. La ragione, signora, è che gli ippocastani non hanno ricordi propri.

Danilo Kiš, Dolori precoci, Adelphi 1993, trad. di Lionello Costantini