Archivi categoria: (Ri)letture

Necessario

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– Che differenza c’è tra necessario e indispensabile?
– Morire è indispensabile, ma non serve a nulla; tutto il resto è necessario.

Giorgio Manganelli, Ti ucciderò, mia capitale, Adelphi 2011

Panna

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Sopra l’abisso beviamo sovente caffè con panna.

Andrej Belyj, Pietroburgo, Adelphi 2014, a cura di Angelo Maria Ripellino

Effimero

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Quando ci si trova a dover raccontare la vita di qualcuno, quel che è più difficile è riuscire a vagliare la messe di dettagli e microavvenimenti, tutti altrettanto significativi e altrettanto insignificanti. Se si decide di inserire nel racconto soltanto gli eventi importanti come nascite, morti, amori, umiliazioni, crescite, inizi e fini, si rischia di disconoscere la vera sostanza della vita: cioè le cose effimere, i momenti più meschini, quelli troppo modesti per essere ricordati (il treno che arriva alla stazione dove non è venuto nessuno a prenderti; un ragno che si cala da un filo invisibile e atterra sul pavimento giusto in tempo per essere calpestato; un piccione che ti fissa dritto negli occhi; il singhiozzo lieve di qualcuno in coda per il pane prima di te; una parola incomprensibile mormorata da una persona senza nome che per una notte ha dormito nuda al tuo fianco). Non è però possibile redigere un elenco di tutte le volte che il mondo ha solleticato i nostri sensi, con episodi che ci sono scivolati via tra le dita o le ciglia, lasciandoci soli a raccontare la storia della nostra vita a un pubblico interessato soltanto ai fuochi artificiali delle esperienze universali, alle corse in ottovolante dei sentimenti comuni e della somma saggezza.

Aleksandar Hemon, Nowhere Man, Einaudi 2004, trad. di Angela Tranfo

La felicità del genere umano

la sinagoga degli iconoclasti

Gli utopisti non badano ai mezzi; pur di rendere felice l’uomo sono pronti a ucciderlo, torturarlo, incinerarlo, esiliarlo, sterilizzarlo, squartarlo, lobotomizzarlo, elettrizzarlo, mandarlo in guerra, bombardarlo, eccetera: dipende dal piano. Conforta pensare che anche senza piano gli uomini sono e saranno sempre pronti a uccidere, torturare, incinerare, esiliare, sterilizzare, squartare, bombardare, eccetera.
Aaron Rosenblum, nato a Danzica, cresciuto a Birmingham, aveva anche lui deciso di rendere felice l’umanità. […] Continua a leggere

Noci

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Credevo di essere all’incirca tutto ciò che non ero, più tutto quello che speravo di diventare, meno quello che ero in realtà: vent’anni è l’età del capitano, ma la sua nave è un guscio di noce.

Maurice Sachs, Il Sabba, Adelphi 2011, trad. di Tea Turolla e Leopoldo Carra

Il dolore degli altri

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Poi c’era Peter. Quando giocavo contro di lui, lo attaccavo da tutte le parti, e lui si difendeva paziente, aspettandomi al varco del primo errore. Puntualmente io ne commettevo uno, e lui apriva il fine partita con un nuovo pedone, avanzando inesorabile verso l’incoronazione. Presto sarei stato costretto a riconoscere la sconfitta, al che lui scherzosamente pretendeva una resa per iscritto. Durante il gioco non parlavamo molto, ma chiacchieravamo tra le partite, scambiandoci informazioni elementari e trovandoci cose in comune. Lui possedeva e abitava in una boutique di profumi nel quartiere, il che spiegava quell’intensa e sempre nuova fragranza floreale, a prima vista in contrasto con il suo aspetto da vecchio trasandato. Venivamo entrambi da fuori: gli dissi che ero nato e cresciuto a Sarajevo, in Bosnia, al che lui replicò: – Mi dispiace -. Quanto a lui, era assiro, ma nato a Belgrado. Tornando a casa a piedi dopo una lunga giornata scacchistica, gli chiesi come mai fosse nato a Belgrado. Continua a leggere

Monoculare

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Uno dei cimeli più agghiaccianti che emersero dal dossier di Babel’ del KGB era costituito da un paio di foto segnaletiche scattate al momento del suo arresto nel 1939.
Ritratto di profilo, Babel’, il mento sollevato, fissa il vuoto con un’espressione di sofferta risolutezza. Ritratto di fronte, tuttavia, sembra guardare qualcosa di molto vicino. Sembra guardare qualcuno inequivocabilmente sul punto di commettere un gesto terribile. A proposito di queste immagini, uno storico tedesco ha osservato: «Entrambe ritraggono lo scrittore senza occhiali e con un occhio nero, in termini medici un ematoma monoculare, prova delle violenze subite».

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Lo storico tedesco mi fece pena. Capivo che era stata l’inadeguatezza di «senza occhiali e con un occhio nero» a indurlo a usare un’espressione assurda come «in termini medici un ematoma monoculare». Continua a leggere

Scrittori

diavolo

Ovunque vada mi chiedono se, secondo me, le università soffocano gli scrittori. Il mio parere è che non ne soffocano abbastanza.

Flannery O’Connor, Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere, minimum fax 2003, trad. di Ottavio Fatica

I personaggi di Čechov

Gli inefficienti idealisti čechoviani non erano né terroristi, né socialdemocratici, né bolscevichi in erba, e non erano nemmeno annoverabili tra gli innumerevoli membri degli innumerevoli partiti rivoluzionari russi.

Ciò che importa è che il tipico eroe čechoviano è lo sventurato portatore di una verità umana, vaga ma bella, e che non è in grado né di reggere questo peso né di sbarazzarsene. Ciò che vediamo in tutti i racconti di Čechov è un continuo incespicare, ma è l’incespicare di uno che incespica perché sta guardando le stelle. […] Čechov trae un particolare piacere artistico dal fissare tutte le leggere varianti di questo tipo d’intellettuale russo prebellico e prerivoluzionario. Erano uomini che potevano sognare; non governare. Rovinavano la propria vita e quelle degli altri; erano dissennati, futili, deboli, isterici; ma, suggerisce Čechov, felice il paese che può produrre questo tipo d’uomo. Buttavano via occasioni, evitavano di agire, passavano notti insonni a progettare mondi che non avrebbero mai costruito, ma il semplice fatto che questi uomini, così pieni di fervore, di fuoco d’abnegazione, di purezza di spirito, di nobiltà morale, il semplice fatto che questi uomini siano vissuti e probabilmente continuino in qualche modo a vivere in qualche angolo della sordida e spietata Russia di oggi è una promessa di cose migliori per il futuro del mondo.

Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa, Garzanti 1987, trad. di Ettore Capriolo

A proposito di mio padre, L. B., uomo čechoviano, 26/12/1945 – 14/6/2011.

Capannelli

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Qual è la frase più terribile, il fedele rintocco dell’orrore negli Ultimi giorni dell’umanità? «Si formano capannelli». Tre parole che ci accompagnano discretamente, nelle didascalie, dalla prima pagina, e precisamente dalla seconda riga, si gonfiano come nubi di veleno per centinaia di pagine, ci colpiscono alla fine, nel loro unico significato finalmente svelato, con la scena IV,29, dove quelle parole vengono dette dal Criticone per designare la calca degli astanti che vogliono farsi fotografare accanto al cadavere di Battisti impiccato, mentre li sovrasta il boia, gioviale. I capannelli non sono una forma di spontaneità democratica. Ben più antica è la loro origine. I capannelli si formano sempre intorno a un cadavere. Quando il cadavere non c’è, quel posto vuoto evoca molti cadaveri che lì sono stati, molti che lì appariranno. È l’ultimo rito che tiene insieme la società civile. Il capannello è un «cristallo di massa». Chi lo forma obbedisce a una vocazione, svela improvvisamente la sua appartenenza a una vastissima setta: quella dei devoti di una potenza ufficialmente inerme, essenzialmente persecutoria: l’Opinione. Si accalcano e si danno gomitate senza accorgersene, convergono tutti verso un punto, che è il cerchio vuoto al centro del capannello. Lì si poteva vedere, un tempo, ci ha ricordato René Girard, il corpo martoriato della vittima del linciaggio originario.

Postfazione di Roberto Calasso a Karl Kraus, Gli ultimi giorni dell’umanità, Adelphi 1980, a cura di Ernesto Braun e Mauro Carpitella

A caccia

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Cos’è allora che mi spinge a comporre poesie sull’infanzia se scrivo a vuoto e le mie parole mancano il segno, – oppure ammazzano sia la pantera che il cervo con la pallottola esplosiva dell’epiteto “preciso”? Ma non ci lasceremo prendere dalla disperazione. Ho scritto che sono un vero poeta, vuol dire che valeva la pena di uscire a caccia.

Vladimir Nabokov, Il dono, Adelphi 1991, a cura di Serena Vitale

(il corsivo è mio.)

Tredici ottobre

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Come noi solo questo sapeva della morte:
che ci precipita nel mondo muto.
Ma quando lei, non strappata per forza,
no, piano allontanata dai suoi occhi,

scivolò via verso ombre ignote, quando
sentì che ora laggiù come una luna
avevano il suo sorriso di ragazza
e tutto il bene che da lei veniva, Continua a leggere

Futuro anteriore

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Lascio una traccia nel legno. Forse qualcuno passerà le sue dita sul segno che lascio. Ma non saprà niente di me. Io non ci sarò più. Sarò stato. Tutti i libri si scrivono al futuro anteriore; dicono: sarò stato. Sotto quel cielo e sotto questa luce, dentro quest’ombra, con questa mano nella mia e con quest’altra. Mi sarò fermato un istante nell’ombra che ingoia la carne e avrò passato la mano su quel corpo, tra quei capelli, su quella fronte. I miei occhi avranno visto quegli occhi prima che si chiudessero. La mia voce avrà detto queste parole vibranti nel vuoto.

Philippe Forest, Tutti i bambini tranne uno, Alet 1997, traduzione di Gabriella Bosco

Figli prodighi

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Ora andar via da questo grumo torbido
ch’è nostro e tuttavia non ci appartiene;
che come acqua in antiche fonti trema
specchiandoci e l’immagine sfigura;
da tutte queste cose che ogni volta
si riaggrappano a noi come spine – Continua a leggere

Robetta

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Piaccia o no, l’arte è un processo lineare. Per impedire a se stessa di indietreggiare l’arte ricorre a un concetto, quello del cliché. La storia dell’arte è una storia che procede per addizioni e affinamenti, allungando la prospettiva della sensibilità umana, arricchendo o, più spesso, condensando i mezzi di espressione. Ogni nuova realtà psicologica o estetica introdotta nell’arte diventa subito vecchia per il prossimo utente. Uno scrittore che trascuri questa regola, enunciata da Hegel in modo un tantino diverso, condanna automaticamente la propria opera – nonostante il maggiore o minore entusiasmo con cui è accolta dai recensori o dal mercato – ad assumere lo status di robetta. Continua a leggere