Archivi categoria: (Ri)letture

Regni

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In Canada, dove ancora oggi invece di vie dicono règne, la più povera e oscura vita umana, quella di un taglialegna o di uno zatteriere, è règne. Mon règne. Ton règne. Quindi, nel francese del Canada, la vita che Sonečka avrebbe trascorso ancora qui, al pari di tutte le altre, sarebbe stata un règne, la fin de son règne. E nessuno potrebbe accusarmi – di iperbole. Grande è il popolo che così chiama – la vita. (p. 179) Continua a leggere

Riverbero

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La mia amica Elsa mi ha detto che non ci si può più suicidare dall’Arc de Triomphe per colpa di sua zia. Da quando si era lanciata di sotto negli anni Novanta, l’amministrazione parigina aveva perimetro la cinta del monumento con del filo spinato, lo stesso che si trova sopra i grattacieli di Manhattan ancora in piedi.
Stavamo passeggiando per i boschi quando mi aveva raccontato della sorella di suo padre; dopo quel suicidio diversi membri della sua famiglia avevano deciso di diventare psichiatri per scongiurare la propria paura di impazzire. Quell’aneddoto mi aveva sorpresa: io ed Elsa non parliamo mai della nostra famiglia con passione. Ci siamo conosciute tardi, quando raccontare la propria storia somiglia sempre di più alla riproposizione di una fiaba dell’orrore da cui sono spariti tutti i fantasmi. Continua a leggere

Verità

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Come qualsiasi altra volontà, la volontà di verità è la via più rapida verso la falsificazione e la contraffazione di un certo dato di fatto. E mettere per iscritto un certo periodo, un periodo della vita, dell’esistenza, non importa quanto esso sia lontano nel tempo e non importa se sia stato lungo o breve, significa accumulare centinaia, migliaia e milioni di falsificazioni e di contraffazioni, che per chi le descrive e le stende sono invece verità, nient’altro che verità. La memoria si attiene esattamente ai fatti accaduti e si attiene all’esatta cronologia, ma quello che ne vien fuori è qualcosa di completamente diverso da ciò che realmente è accaduto. Ciò che viene descritto mette in luce qualcosa che corrisponde sì alla volontà di verità di colui che lo descrive, ma non corrisponde alla verità, perché la verità è assolutamente incomunicabile. Continua a leggere

Nina all’edicola, 1973

Masi

Perde tutto il tempo che può e alla fine fa il giro, passa davanti e si alza sulle punte dei piedi pensandosi ancora piccola per farsi notare dalla giornalaia quando le dice vorrei il giornale però anche un libro, e quella, vagamente annoiata, prende la chiave, esce dal suo rifugio e le dice quale?, in tono sbrigativo. Lei a quel punto ha premeditato e si limita a indicare appoggiando apposta il dito sul vetro per lasciarci l’impronta, anche molto tempo dopo che se ne sarà andata resterà questa piccola traccia organica di lei che ha voluto molto qualcosa proprio in quel punto del mondo, e il timbro concentrico del suo indice è lì a dare testimonianza di un incontro fatale. Continua a leggere

Lepri turchine

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Era già il crepuscolo quando giungemmo a casa. Maman si mise al pianoforte, e noi ragazzi prendemmo carta, lapis e colori e ci mettemmo a disegnare intorno alla tavola tonda. Io avevo soltanto il turchino, ma, nonostante ciò, mi accinsi a dipingere una caccia. Dopo aver rappresentato con grande vivezza un ragazzo turchino su di un cavallo turchino e cani turchini, non sapevo se potevo disegnare anche una lepre turchina e scappai nello studio del babbo per domandar consiglio. Il babbo stava leggendo e, alla mia domanda, se «ci sono lepri turchine» senza alzar il capo rispose: «Ci sono, caro mio, ci sono».

Lev Tolstoj, Infanzia, in Romanzi, I, trad. di Enrichetta Carafa D’Adria e Pietro Zveteremich, BUR 2010

Fluttuanti

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Penso ora che quello era un giorno felice. Ma purtroppo è raro riconoscere i momenti felici mentre li stiamo vivendo. Noi li riconosciamo, di solito, solo a distanza di tempo. La felicità era per me protestare e per te frugare nei miei armadi. Ma devo anche dire che abbiamo perduto quel giorno un tempo prezioso. Avremmo potuto metterci seduti e interrogarci vicendevolmente su cose essenziali. Saremmo stati probabilmente meno felici, anzi saremmo stati forse infelicissimi. Però io adesso ricorderei quel giorno non come un vago giorno felice ma come un giorno veritiero e essenziale per me e per te, destinato a illuminare la tua e la mia persona, che sempre si sono scambiate parole di natura deteriore, non mai parole chiare e necessarie ma invece parole grigie, bonarie, fluttuanti e inutili.
Ti abbraccio.
Tua madre

Natalia Ginzburg, Caro Michele, Mondadori 1973 – Einaudi 2006

Le montagne

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Una volta, sul far della sera, il postiglione, che era un tartaro del Nogaj, gl’indicò con la frusta delle vette lontane al di là delle nubi. Olenin fissò avidamente lo sguardo in quella direzione, ma il tempo era coperto e le nuvole coprivano fino a mezza altezza le montagne; egli scorse soltanto il loro profilo irregolare, di un biancore grigiastro, e per quanta buona volontà ci mettesse, non riuscì a trovare nulla di bello nelle montagne di cui aveva tanto letto e sentito parlare. Gli venne da pensare che i monti e le nuvole avevano un aspetto assolutamente identico, e che quella bellezza così particolare delle cime innevate, che tanto gli avevano decantato, non fosse altro che un’invenzione come la bellezza della musica di Bach e l’amore per una donna, in cui egli non credeva, così smise di aspettare la comparsa delle montagne. Continua a leggere

Una bizzarra occupazione

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… Continuando a meditare, senza traccia di ostentazione, di fronte al piccolo gruppo di oggetti che trasceglie, avvicina, allontana, sposta instancabilmente, quasi impercettibilmente, ma con assoluta calma, come il giocatore di scacchi sorpreso dall’obbiettivo di Herbert List.

Una specie di follia, quando ci si pensa, quando ci si accorge con stupore che questo lavoro si è protratto quasi quotidianamente, lungo un’intera vita. Ora, Morandi non è assolutamente folle; lungimirante, al contrario, ammirevolmente calmo: e se si ostina senza accennare a cedere, sarà perché pensa che quelle variazioni instancabili su tre o quattro temi, per infime che siano, non sono vane, persino sotto la minaccia del “Vesuvio”; e che un uomo ha dunque il diritto di ridurre tutta la propria vita a questa bizzarra occupazione, per quanto duramente i marosi del tempo vengano a battere alla sua porta. Come se qualcosa meritasse ancora di essere tentata, persino al termine di una così lunga storia, come se tutto non fosse assolutamente perduto e si potesse ancora fare altro che gridare, balbettare di paura o, peggio, tacere.

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Philippe Jaccottet, La ciotola del pellegrino (Morandi), trad. di Fabio Pusterla, Casagrande 2007

Rettorica

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Scrivere non si può, senza rettorica; senza, cioè, conoscere per l’appunto quelle frigide regole, quelle calcolate astuzie, e macchinazioni argute, e sapidi ritrovati, che fanno sì che la pagina scritta abbia quella misteriosa compattezza, quel che di gelido e insieme inattaccabile, quella sconcertante mescolanza di fatuo e di esatto che è la letteratura. La rettorica è pura tecnica: la consapevolezza di quel che si può fare con le parole, quel che accade se maneggio gli aggettivi in un modo o altrimenti, se allontano o avvicino verbo o soggetto, se frappongo incidentali, se costruisco per dipendenti o per coordinate. Quel che mi affascina nel discorso della rettorica è l’assoluta indifferenza a ciò di cui si parla, ai sentimenti, gli affetti, i conflitti, le visioni, le depressioni e le euforie che dàn vita e morte a un testo; amo della rettorica la sublime vocazione all’indifferenza, lo spregio dell’emotivo, l’implicito sarcasmo per le ambizioni del poeta, magari del vate, di colui che si vanta di interpretare il proprio tempo, o fare altre cose disdicevoli o improbabili.

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Adelphi 1994

Risposta. Aggiunta

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Ribadì così il concetto già esposto: dell’opera (lo scrivere) apparentemente come riflesso; in realtà risposta, e aggiunta. L’intero creato, un giorno, sarà solo risposta, e, per così dire, aggiunta: in realtà, sarà un Nuovo Creato.

Anna Maria Ortese, Il porto di Toledo, Adelphi 1998

Ippocastani

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Ecco, signora, non credo ai miei occhi. Nessuno sa spiegarmi dove siano finiti quegli ippocastani e, se non fosse per lei, dubiterei di aver inventato o sognato ogni cosa. Perché, sa, è sempre così con i ricordi, non si è mai sicuri. Grazie tante, signora, vado a cercare la casa nella quale ho vissuto. No, grazie, preferisco star solo.
Allora si accostò a una porta, benché non fosse quella porta, e premette il pulsante del campanello. Chiedo scusa, disse con voce del tutto normale, abita qui Andreas Sam? Ma no, rispose la donna, non sa leggere? Qui abita il professor Smerdel.
È sicura, signora, insistette lui, che qui non abiti Andreas Sam? Prima della guerra abitava qui, lo so di certo. Forse si ricorda di suo padre? Eduard Sam, con gli occhiali. O magari si ricorda di sua madre, Maria Sam, alta, bella, molto riservata, o di sua sorella, Anna Sam, sempre con un fiocco in testa. Ecco, vede, là dove si trova quel riquadro di cipolle c’era il loro letto. Vede, signora, me lo ricordo perfettamente. Qui c’era la macchina da cucire di sua madre, Maria Sam. Era una Singer, a pedale.
Oh, non si preoccupi, signora, sto solo evocando dei ricordi, sa, dopo tanti anni ogni cosa scompare. Ecco, vede, nel punto dove era il mio letto è cresciuto un melo, e la Singer si è trasformata in un cespuglio di rose. Ma degli ippocastani, signora, come vede, non c’è traccia. La ragione, signora, è che gli ippocastani non hanno ricordi propri.

Danilo Kiš, Dolori precoci, Adelphi 1993, trad. di Lionello Costantini

Risentimento

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Nei due decenni dedicati alla riflessione su ciò che mi accadde, credo di aver compreso che la remissione e l’oblio provocati da una pressione sociale sono immorali. Chi perdona per ignavia e convenienza si sottomette al senso sociale e biologico – abitualmente definito naturale – del tempo. Il senso naturale del tempo ha la sue radici effettivamente nel processo fisiologico del rimarginarsi delle ferite ed è entrato a far parte della rappresentazione sociale della realtà. Proprio per questo esso ha un carattere non solo extramorale, ma antimorale. È diritto e privilegio dell’essere umano non dichiararsi d’accordo con ogni evento naturale, e quindi nemmeno con il rimarginarsi biologico provocato dal tempo. Quel che è stato è stato: questa espressione è tanto vera quanto contraria alla morale e allo spirito. La resistenza morale ha in sé la protesta, la rivolta contro la realtà, che è ragionevole fintanto che è morale. L’uomo morale esige la sospensione del tempo. Continua a leggere

A proposito degli ultimi giorni

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Divido tutte le opere della letteratura mondiale in autorizzate e non autorizzate. Le prime sono una schifezza, le seconde, aria rubata. Vorrei sputare in faccia agli scrittori che scrivono cose preventivamente autorizzate, vorrei percuoterli sulla testa con un bastone e metterli tutti a tavola nella Casa dei Letterati, ciascuno davanti a un bicchiere di tè da commissariato di polizia, e con in mano l’analisi delle urine di Gornfel’d*. […]

C’è un bellissimo verso russo che non mi stanco di ripetere nelle notti da cani moscovite, un verso che scaccia l’ossessione dei cornuti spiriti maligni. Indovinate, amici, quel verso. Descrive ghirigori come pattini sulla neve, stride come chiave nella serratura, spara gelo in camera:

… non fucilai gli sventurati in prigione …

Ecco il credo, ecco il canone autentico d’un vero scrittore, nemico mortale della letteratura. […] Poiché la letteratura adempie a un’unica funzione: aiuta i capi a mantenere la disciplina tra i soldati, e i giudici a massacrare i condannati.
Lo scrittore [autorizzato] è un miscuglio di pappagallo e di pope, un loreto nel più alto senso della parola. Parla in francese se francese è il suo padrone, ma, venduto in Persia, dirà in persiano “loreto-cretino” o “loreto vuole lo zucchero”. Il pappagallo non ha età, non conosce giorno né notte. Quando viene a noia al suo padrone, questi lo copre con un panno nero, che serve alla letteratura come surrogato della notte.

Osip Mandel’štam, La quarta prosa (1929-30). In Sulla poesia, Bompiani 2003, trad. di Maria Olsoufieva
[esiste una traduzione più recente ne Il rumore del tempo, Adelphi 2012]

* critico letterario (1867-1941).

Anni luce

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… La mia vita non è per nulla mutata: come da dieci anni, è benedetta dalle stelle ed evitata dagli uomini. Non ho mai avuto amici, e tu sai perché essi non abbiano mai voluto aver a che fare con me. Ero lieto, quando sedevo davanti al telescopio ed osservavo il cielo e il mondo delle stelle, lieto e felice come un bambino, cui sia dato di giocare con le stelle.
Tu eri il mio migliore amico, Monika. Non hai letto male, no: tu lo eri. Il momento è troppo grave, per scherzare. Occorreranno quattordici giorni prima che questa lettera giunga sino a te. Nel frattempo, avrai già letto sui giornali com’è andata a finire, qui. Non pensarci su troppo: in realtà, finirà ben diversamente. Lascia che altri si curino di trovare una spiegazione. Che importa a te e a me? Ho sempre pensato solo in anni luce ed ho sofferto in secondi. Continua a leggere