Archivi categoria: (Ri)letture

Lampade

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E se vuole sapere qualcosa di più sull’uomo, ricordi che all’ultimo momento, quando sembra di vedere, capire tutto, le lampade più perfette si spengono.

Anna Maria Ortese, Alonso e i visionari, Adelphi 2017

Complessità

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Una rosea luce composita mi invade la cucina alla fine di queste giornate allungate di giugno. Dall’esplosione avvenuta otto minuti fa su una stella vicina, la luce saetta nello spazio, un’onda di particelle, colpisce il pianeta, taglia il continente e penetra in una maglia di polvere di terra: pulviscoli di argilla, frammenti di zolla erbosa, minuscoli insetti sospinti dal vento, batteri, brandelli di ali e zampe, polvere di ghiaia, granelli di carbone e cellule secche di erba, corteccia e foglie. Divenuta rossa, la luce si china in questa valle sulle verdi montagne a ovest: s’insinua tra aghi di pino sui pendii settentrionali, e tra querce del Maryland e biancospini, le cui foglie si stanno schiudendo, una dopo l’altra, e creando una bruma dalla loro trama intricata, seghettata e lobata. Continua a leggere

Gli oggetti

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Di molti dei miei oggetti non ricordo la provenienza. Sembra quasi che ci siano sempre stati o che siano apparsi da soli. Questo gli conferisce una certa dignità ed è molto difficile prendere iniziative o intervenire. […] Ma perché questi mobili, quasi impauriti di occupare interamente una stanza, si ritrovano schiacciati contro una parete o messi agli angoli? Chi ce li ha messi? Io. E perché non li sposto? Perché non oso. Ricordo una volta che, presa da ottimismo innovativo, da un sognante fervore che immaginava rivoluzioni e migliorie, spostai il tavolo e lo misi tra le due finestre, mentre la poltrona la sistemai con lo schienale al tavolo, fronteggiando il letto, e creando così una certa intimità in quello spazio altrimenti fuori sesto. Ma non so come, presa da rimorsi e nostalgie, vedendo in quello spostamento qualche nuova rovina, paurosa di perdere il filo dei pensieri e i sentimenti che si erano formati in quello spazio, se i miei occhi si fossero posati su un diverso paesaggio, sentendo l’ignominia dell’ingratitudine, rimisi quasi subito tutto com’era.

Patrizia Cavalli, Con passi giapponesi, Einaudi 2019

Chi non si guarda indietro

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Per tre volte superò qualcosa che la incuriosiva e dovette tornare indietro finché non scompariva dalla sua visuale. Annette non aveva mai avuto problemi a guardarsi intorno per strada e a voltarsi indietro. Suo padre le aveva detto che era infantile e la signorina Walpole che era indecoroso. Ma suo fratello Nicholas, che Annette ammirava più di chiunque altro al mondo, aveva detto: «Chi non si guarda indietro si perde sempre qualcosa». E non c’era nulla che lei e suo fratello temessero tanto quanto perdersi qualcosa. Suo padre si era fatto una risata e aveva citato Orfeo e la moglie di Lot. «Io mi sarei guardata indietro se fossi stata al loro posto» aveva detto Annette. «Le cose più interessanti succedono sempre alle spalle.»

Iris Murdoch, L’incantatore, trad. di Gioia Guerzoni, Il Saggiatore 2014

Una ghirlanda di fiori fantasma

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Perché c’erano tantissime cose da ricordare, ed era essenziale che lei le ricordasse, per possedere un’ultima volta il passato. […]
Ti rivedrò mai, Sukey, Sukey Bond? Forse quando Sukey Seaborn fosse stata vecchia, seduta al sole o china fra i suoi cespugli di lamponi e uva spina, Sukey Bond sarebbe tornata, l’ultima, la più vera, la più pietosa dei suoi figli, ignara del tempo trascorso, con i vestiti fuori moda e l’immacolata giovinezza, per offrirle, assorta, quelle offuscate gioie, quegli offuscati dolori, e sogni e ansie, come una ghirlanda di fiori fantasma scoloriti dagli anni in un turbinio di atomi, che solo fra la sue mani e sotto il suo sguardo leale conservavano i loro vividi colori. Continua a leggere

Regni

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In Canada, dove ancora oggi invece di vie dicono règne, la più povera e oscura vita umana, quella di un taglialegna o di uno zatteriere, è règne. Mon règne. Ton règne. Quindi, nel francese del Canada, la vita che Sonečka avrebbe trascorso ancora qui, al pari di tutte le altre, sarebbe stata un règne, la fin de son règne. E nessuno potrebbe accusarmi – di iperbole. Grande è il popolo che così chiama – la vita. (p. 179) Continua a leggere

Riverbero

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La mia amica Elsa mi ha detto che non ci si può più suicidare dall’Arc de Triomphe per colpa di sua zia. Da quando si era lanciata di sotto negli anni Novanta, l’amministrazione parigina aveva perimetro la cinta del monumento con del filo spinato, lo stesso che si trova sopra i grattacieli di Manhattan ancora in piedi.
Stavamo passeggiando per i boschi quando mi aveva raccontato della sorella di suo padre; dopo quel suicidio diversi membri della sua famiglia avevano deciso di diventare psichiatri per scongiurare la propria paura di impazzire. Quell’aneddoto mi aveva sorpresa: io ed Elsa non parliamo mai della nostra famiglia con passione. Ci siamo conosciute tardi, quando raccontare la propria storia somiglia sempre di più alla riproposizione di una fiaba dell’orrore da cui sono spariti tutti i fantasmi. Continua a leggere