Il dolore degli altri

VEo3pfw6akOEFeNZCfdOPA

Poi c’era Peter. Quando giocavo contro di lui, lo attaccavo da tutte le parti, e lui si difendeva paziente, aspettandomi al varco del primo errore. Puntualmente io ne commettevo uno, e lui apriva il fine partita con un nuovo pedone, avanzando inesorabile verso l’incoronazione. Presto sarei stato costretto a riconoscere la sconfitta, al che lui scherzosamente pretendeva una resa per iscritto. Durante il gioco non parlavamo molto, ma chiacchieravamo tra le partite, scambiandoci informazioni elementari e trovandoci cose in comune. Lui possedeva e abitava in una boutique di profumi nel quartiere, il che spiegava quell’intensa e sempre nuova fragranza floreale, a prima vista in contrasto con il suo aspetto da vecchio trasandato. Venivamo entrambi da fuori: gli dissi che ero nato e cresciuto a Sarajevo, in Bosnia, al che lui replicò: – Mi dispiace -. Quanto a lui, era assiro, ma nato a Belgrado. Tornando a casa a piedi dopo una lunga giornata scacchistica, gli chiesi come mai fosse nato a Belgrado. Lui mugugnò riluttante e poi, con voce sommessa e impacciata, mi disse che i suoi genitori erano fuggiti dalla Turchia nel 1917 o giù di lì, al tempo in cui i turchi erano occupati a sterminare gli armeni ma che di tanto in tanto, già che c’erano, avanzavano un po’ di tempo e munizioni per sbarazzarsi di qualche assiro. I suoi genitori erano approdati a Belgrado, e lui era nato lì. Qualche anno più tardi, seguendo una traiettoria di fuga del tutto imprevedibile, si ritrovarono in Iraq pressappoco nel periodo in cui acquisì l’indipendenza, e lì lui era cresciuto. Poi però, intorno ai vent’anni, aveva dovuto lasciare l’Iraq a causa di un dissapore con il figlio del primo ministro (non entrò nei dettagli né diede spiegazioni): la sua vita era in pericolo, per cui scappò in Iran. Si sposò, ebbe un figlio, e nel 1979 viveva a Teheran, impiegato all’ambasciata americana, probabilmente il peggior posto che si possa immaginare in caso di rivoluzione islamica locale. Nel caos dei tumulti il suo unico figlio, vistosamente fasciato di jeans, fu fermato per strada e perquisito dai rivoluzionari. Aveva con sé un po’ d’erba e gli spararono su due piedi.
E dunque ecco un assiro di nome Peter, che vendeva Eternity for Men a prezzo scontato in quel di Chicago e mi batteva a scacchi senza particolare piacere; ecco un uomo la cui vita conteneva più sofferenza di quanta potessi anche solo lontanamente immaginare. La storia di Peter mi fu raccontata nello spazio dei pochi isolati che percorremmo assieme prima di separarci, in cinque minuti o forse neanche. C’è sempre una storia, imparai in quel tragitto, più straziante e avvincente della tua. E capii perché ero così attratto da Peter: appartenevamo alla stessa tribù di sradicati. Tra tanti avevo scelto lui perché avevo riconosciuto una parentela.
Ricordai come, qualche settimana prima, si fosse avventato contro alcuni studenti della Loyola che blateravano al tavolo accanto, abusando largamente della parola cioè, e rallentando appena per riprendere fiato. L’incessante vacuità dei loro scambi mi aveva infastidito, così come la demenziale frequenza dei cioè, e non riuscivo a smettere di ascoltare proprio perché non capivo minimamente di che cosa stessero parlando. Tuttavia ci convivevo, sempre incline com’ero alla distrazione. Peter, invece, improvvisamente esplose: – La finite di parlare? – urlò agli studenti. – State parlando da un’ora per non dire niente. State zitti! Zitti! – Loro si zittirono, terrorizzati. Lo sfogo di Peter, per quanto scioccante, ai miei occhi era assolutamente sensato: non solo deplorava lo spreco di parole, ma detestava la lassitudine morale con cui venivano sprecate. Per lui, che aveva per sempre piantato in gola l’ossicino dello sradicamento, era immorale parlare di niente quando c’era una perenne penuria di parole per tutte le atrocità che accadevano nel mondo. Era meglio tacere piuttosto che dire ciò che non aveva importanza. Occorreva proteggere dalle aggressioni delle parole sprecate quel luogo silenzioso che avevamo in noi, dove tutti i pezzi potevano essere disposti secondo una logica, dove gli antagonisti si conformavano alle regole, dove anche se eri a corto di possibilità poteva ancora esserci un modo per trasformare la sconfitta in vittoria. Gli studenti, va da sé, non potevano neanche lontanamente comprendere la straziante immensità dello spazio interiore di Peter. Vaccinati contro la carenza di parole, non avevano accesso all’indicibile. Non erano in grado di vederci, anche se eravamo lì, perché eravamo ovunque e in nessun luogo. Così si zittirono e rimasero seduti in un oblio ammutolito; dopodiché si alzarono e lasciarono il locale. Io e Peter disponemmo i pezzi per un’altra partita a scacchi.

Aleksandar Hemon, Il libro delle mie vite, Einaudi 2013, trad. di Maurizia Balmelli
[tra l’altro, il libro più bello uscito nel 2013]

Annunci