Figli prodighi

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Ora andar via da questo grumo torbido
ch’è nostro e tuttavia non ci appartiene;
che come acqua in antiche fonti trema
specchiandoci e l’immagine sfigura;
da tutte queste cose che ogni volta
si riaggrappano a noi come spine –
andarsene, e l’una o l’altra cosa
che più non vedevamo tanto era
quotidiana e abituale, all’improvviso
quasi fosse un principio, da vicino
guardarla, concilianti e dolci, in viso;
e comprendere come impersonale,
come di là da tutti era la pena
onde la nostra infanzia fino all’orlo era piena -:
Pure, andar via, mano da mano, come
riaprendo una piaga già guarita;
andarsene; ma dove? Nell’incerto,
a una calda, lontana, estranea plaga,
come una quinta dietro ad ogni gesto
indifferente: parete o giardino;
e andarsene: perché? Per impulso o natura,
per impazienza, per attesa oscura,
per l’Incompreso e per l’Incomprensibile:
Prendere tutto questo su di sé e forse invano
lasciar cadere il nostro dalle dita
per morir soli e non saper perché –

Questo è l’ingresso in una nuova vita?

Rainer Maria Rilke, «La partenza del figliuol prodigo». In Poesie. 1907-1926, Einaudi 2005, traduzione di Giacomo Cacciapaglia

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