Cronache dal Big-Bang

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Nella quarta di copertina della mia edizione dei Ventitré giorni (Mondadori 1979) c’è una frase magnifica: «Ma la morte, nel modo in cui Fenoglio le manca di rispetto per vedere come è fatta dentro, assume significati emblematici di una tragicità storica». È proprio qui che sta la grandezza di Fenoglio e la portata rivoluzionaria della sua scrittura: egli racconta la morte per quello che è, evitando e l’agiografia e la pornografia. L’unico modo onesto di scrivere la morte è denunciarne lo scandalo, il crimine senza consolazione. E per poterlo fare occorre “mancarle di rispetto”, oltrepassare il pudore superstizioso (e ipocrita) con cui ammantiamo la morte e il linguaggio che la riguarda, scavarle dentro, mostrarla nella sua terribile nudità. Mi viene in mente un personaggio del Dono di Nabokov, che in punto di morte ricorda un aneddoto sull’immaginario pensatore francese Deladande, che «quando un giorno, ai funerali di qualcuno, si sentì domandare come mai non si toglieva il cappello (ne se découvre pas) rispose: “Aspetto che la morte lo faccia per prima” (qu’elle se découvre la première). Questo gesto rivela una metafisica mancanza di galanteria, ma la morte non merita certo di più». 

Fenoglio non ha bisogno di alzare la voce. Il suo incipit perentorio mette subito le carte in tavola: la sua non è una scrittura dell’evento, ma dei fatti, raccontati così come sono – ingiusti, stupefacenti, triviali, sta a noi deciderlo. La testimonianza che porta ha già in sé il fragore della Storia, un fragore che rimane incomprensibile sia a noi che al narratore. Credo che lo sgomento del partigiano, in Fenoglio, fosse inscindibile dallo sgomento dello scrittore.

Così, senza cercare verità a buon mercato, Fenoglio proseguirà la sua interrogazione al vuoto per tutta la sua breve esistenza, «with a deep distrust and a deeper faith», nell’unico tentativo di lasciare un’incisione nella durata vertiginosa del tempo, un segnale che qualcosa è stato, io ho visto, io dirò.

[Questa è la chiusura del mio capitolo sull’incipit dei Ventitré giorni della città di Alba in Cronache dal Big-Bang. Per leggere tutto il pezzo andate qui]

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