Robetta

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Piaccia o no, l’arte è un processo lineare. Per impedire a se stessa di indietreggiare l’arte ricorre a un concetto, quello del cliché. La storia dell’arte è una storia che procede per addizioni e affinamenti, allungando la prospettiva della sensibilità umana, arricchendo o, più spesso, condensando i mezzi di espressione. Ogni nuova realtà psicologica o estetica introdotta nell’arte diventa subito vecchia per il prossimo utente. Uno scrittore che trascuri questa regola, enunciata da Hegel in modo un tantino diverso, condanna automaticamente la propria opera – nonostante il maggiore o minore entusiasmo con cui è accolta dai recensori o dal mercato – ad assumere lo status di robetta.
Ma se fosse in gioco soltanto il destino dell’opera, o del suo autore, non sarebbe un gran guaio. E non è un guaio neanche il fatto che l’offerta di robetta crei la domanda di robetta: tutto questo non rappresenta un pericolo per l’arte in quanto tale, che provvede sempre alla sopravvivenza dei propri figli, come fanno i poveri e come avviene nel regno animale. Il guaio, in una prosa che non è arte, è che questa prosa compromette la vita che vuol rappresentare, ed esercita una funzione riduttiva nello sviluppo dell’individuo. Questo tipo di prosa ci offre delle finalità là dove invece l’arte ci avrebbe offerto degli infiniti, lusinghe invece di sfide, consolazione invece di un verdetto. In breve, tradisce l’uomo consegnandolo ai suoi nemici metafisici o sociali, il cui nome in entrambi i casi è legione.

Iosif Brodskij, «Catastrofi nell’aria», in Il canto del pendolo, Adelphi 1987, traduzione di Gilberto Forti

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