La governante di Nabokov

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Prima di partire per Basilea e Berlino, mi trovai a passeggiare lungo il lago nella notte fredda e brumosa. In un tratto un lampione solitario diluiva con un fioco barlume l’oscurità e trasformava la foschia in una pioggerellina visibile. […] In basso, un’ampia increspatura, quasi un’onda, e un che di vagamente bianco attrassero il mio sguardo. Quando mi avvicinai a quell’acqua sciabordante, mi resi conto a poco a poco di che cosa si trattava – un anziano cigno, una creatura grossa, sgraziata, simile a un dodo, compiva sforzi ridicoli per issarsi su una barca ormeggiata. Non ce la faceva. Il pesante, impotente sbattere delle ali, il suono viscido che esse producevano sdrucciolando contro la barca che beccheggiava, il viscoso luccichio della scura onda morta, là dove catturava la luce – tutto sembrò per un attimo carico di quello strano significato che talvolta, nei sogni, associamo a un dito premuto su labbra silenziose e quindi puntato in direzione di qualcosa che il sognatore non ha tempo di riconoscere, prima di svegliarsi con un sussulto. Ma, fatto abbastanza singolare, fu proprio quella notte, quell’immagine composita – i brividi, il cigno, l’onda morta – che per prime mi tornarono alla mente quando, un paio d’anni dopo, venni a sapere che Mademoiselle se n’era andata per sempre.
Aveva passato la vita sentendosi infelice; quell’infelicità era il suo elemento naturale: solo le sue fluttuazioni, le sue variabili profondità le davano un’impressione di movimento e di vita. La cosa intollerabile per me è che un senso d’infelicità, senza nient’altro, non basta a rendere eterna un’anima. La mia enorme e immusonita Mademoiselle può anche andar bene su questa terra, ma è impossibile nell’eternità. Sono riuscito a metterla in salvo dalla finzione letteraria? Un attimo prima che il ritmo da me udito si faccia esitante e svanisca, mi sorprendo a chiedermi se, durante gli anni in cui la frequentai, io non mi sia lasciato totalmente sfuggire qualche cosa in lei che le apparteneva molto più del suo triplo mento, dei suoi modi e perfino del suo francese – qualche cosa di simile, forse […], a quel cigno la cui agonia era tanto più vicina alla verità artistica delle pallide braccia incurvate di una ballerina; qualche cosa, insomma, che avrei apprezzato soltanto dopo che le cose e le persone che avevo più amato nel rifugio sicuro della mia infanzia fossero state ridotte in cenere o colpite al cuore.

Vladimir Nabokov, Parla, ricordo, Adelphi 2010, traduzione di Guido Ragni

[Questo brano è anche la mia selezione per Sad Books Make Me Happy]

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